Articolo del mese

I migliori articoli pubblicati da autori italiani
sulle maggiori riviste scientifiche italiane e straniere


Articolo del mese

Marzo 2020

Early stage Parkinson's patients show selective impairment in reactive but not proactive inhibition

Autori: Veronica Di Caprio, Modugno N., Mancini C., Olivola E., Mirabella G.
Corresponding author: Dr.Giovanni Mirabella (giovanni.mirabella@uniroma1.it) - Sapienza Università di Roma

Pubblicato su: Movement Disorders, Vol. 35, No. 3, 2020

Veronica Di Caprio

Veronica Di Caprio

Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) Neuromed, Pozzilli (IS), Italy  

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Wiley online library
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Dal punto di vista comportamentale, la capacità di prendere decisioni opportune si basa sulla corretta valutazione dei possibili scenari in cui è possibile imbattersi. Tuttavia, non è sempre possibile predire quelle che possono essere le conseguenze delle azioni intraprese ed è pertanto necessario gestire un certo grado di incertezza. In molti casi, in base alle mutevoli condizioni ambientali, può essere necessario inibire repentinamente delle azioni in base al riscontro di un segnale specifico, per evitare delle conseguenze particolarmente sfavorevoli (inibizione reattiva). In altri casi può essere necessario adattare la strategia motoria secondo determinati vincoli inerenti ad un determinato contesto ambientale (inibizione proattiva). Nell’insieme, le suddette funzioni inibitorie rappresentano un punto chiave del controllo esecutivo e garantiscono la necessaria flessibilità comportamentale in contesti variabili. È noto che i deficit nel controllo inibitorio rappresentano parte integrante della malattia di Parkinson e, secondo alcune evidenze di letteratura, potrebbero avere anche dei risvolti in chiave di monitoraggio della progressione di malattia e diagnosi differenziale. Restano tuttavia aperte numerose questioni, in particolare non è chiaro se i deficit nella inibizione reattiva, proattiva (o entrambi) caratterizzino la fase iniziale della malattia di Parkinson. Studiare i pazienti in fase precoce di malattia (quando i sintomi motori predominano su un lato del corpo) rappresenta una condizione ideale per verificare se sussiste inoltre una eventuale dominanza emisferica destra nel controllo inibitorio. Nello studio sperimentale condotto dalla Dott.ssa Di Caprio sono stati valutati 34 pazienti con punteggio 1 alla scala di Hoehn e Yahr, di questi 17 pazienti con sintomi sul lato sinistro e 17 con sintomi sul lato destro; sono stati inoltre inclusi nello studio 24 soggetti sani di controllo. I partecipanti allo studio sono stati sottoposti ad un test specifico (reaching stop-signal task) per testare sia l'inibizione reattiva che proattiva. I risultati dello studio dimostrano una selettiva alterazione dell'inibizione reattiva nei pazienti rispetto ai partecipanti sani ma non significative differenze nella inibizione proattiva tra i due gruppi. Inoltre, non sono state riscontrate differenze di lato nei pazienti. Quest’ultimo dato ridimensiona l’ipotesi della dominanza emisferica alla base del controllo inibitorio e avvalora invece l’idea che questa funzione possa invece basarsi sulla cooperazione tra i due emisferi. Lo studio chiarisce pertanto alcuni aspetti che attengono in particolare all’evoluzione nel tempo dei deficit del controllo inibitorio nella malattia di Parkinson. A questo proposito, gli autori enfatizzano anche i possibili risvolti clinici dei risultati dello studio, sottolineandone ad esempio le potenziali implicazioni in termini di valutazione del decorso della malattia. Un aspetto che non viene affrontato nel lavoro, ma che potrebbe essere altrettanto importante, riguarda la eventuale applicazione della metodologia applicata dagli autori per mettere in evidenza possibili differenze tra i risultati ottenuti nella malattia di Parkinson, altre sindromi parkinsoniane e condizioni tremorigene che rientrano in diagnosi differenziale, quest’ultimo campo potrebbe certamente rappresentare un’interessante evoluzione del lavoro sin qui svolto.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Febbraio 2020

Α-synuclein oligomers in skin biopsy of idiopathic and monozygotic twin patients with Parkinson’s disease

Autori: Samanta Mazzetti , Basellini M.J., Ferri V., Cassani E., Cereda E., Paolini M., Calogero A.M., Bolliri C., De Leonardis M., Sacilotto G., Cilia R., Cappelletti G., Pezzoli G.
Corresponding author: Prof.ssa Graziella Cappelletti (graziella.cappelletti@unimi.it)
- Department of Biosciences, Università degli Studi di Milano

Pubblicato su: Brain. 2020 Feb 5. pii: awaa008. doi: 10.1093/brain/awaa008. [Epub ahead of print]

Mazzetti Samanta

Mazzetti Samanta

Department of Biosciences, Università degli Studi di Milano, Milan, Italy Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson, Milan, Italy

Articolo disponibile su:
Brain
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La patogenesi della malattia di Parkinson coinvolge la disfunzione di molteplici processi intracellulari, tra cui, ad esempio i meccanismi alla base dell'oligomerizzazione e all’accumulo di α-sinucleina. Sebbene un crescente numero di lavori scientifici abbia indagato la presenza e la distribuzione degli oligomeri di α-sinucleina nel sistema nervoso centrale nella malattia di Parkinson e nell’Atrofia Sistemica Multipla, gli aspetti patologici correlati all’accumulo di  α-sinucleina nel sistema nervoso periferico, in queste stesse condizioni patologiche, rimangono ad oggi scarsamente studiati. Nello studio condotto dalla Dott.ssa Mazzetti, su prelievi bioptici di cute in un gruppo di pazienti con malattia di Parkinson sporadica, è stato dimostrato per la prima volta l’accumulo di oligomeri di α-sinucleina all'interno dei terminali sinaptici delle fibre autonomiche. La differenza nell'accumulo di oligomeri di α-sinucleina è stata inoltre confermata in una coorte di 19 gemelli monozigoti discordanti per malattia di Parkinson. I risultati dello studio suggeriscono quindi, indirettamente, che la predisposizione genetica è un fattore importante, ma non sufficiente, nell'eziopatogenesi della malattia di Parkinson e sottolineano l’importanza del contributo dei fattori ambientali. Gli autori sottolineano inoltre, correttamente, che i risultati del presente lavoro non possono essere intrepretati per cercare di chiarire il vero significato patologico degli oligomeri di α-sinucleina, dal momento che la loro presenza potrebbe essere necessaria, ma non sufficiente, per innescare la degenerazione neuronale. Nello studio è stata infine proposta una procedura quantitativa per valutare l’accumulo di oligomeri di α-sinucleina nei pazienti con buona sensibilità, specificità e valore predittivo positivo sul piano diagnostico. I risultati dello studio avvalorano quindi l'ipotesi che, in prospettiva, gli oligomeri dell’ α-sinucleina potrebbero essere utilizzati come biomarcatore affidabile nel processo diagnostico malattia di Parkinson. In conclusione, il presente lavoro offre spunti interessanti sul possibile ruolo fisiologico e patologico dell’α-sinucleina nel contesto del sistema nervoso periferico. L'ipotesi di un potenziale effetto tossico degli oligomeri della a-sinucleina nella malattia di Parkinson, così come il potenziale utilizzo in ambito clinico, sono argomenti che dovranno necessariamente essere affrontato ed ulteriormente approfonditi in futuri studi prospettici.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Gennaio 2020

Sex differences in movement disorders

Autori: Sara Meoni, Macerollo A. & Moro E.

Pubblicato su: Nat Rev Neurol. 2020 Jan 3. doi: 10.1038/s41582-019-0294-x. [Epub ahead of print]

Meoni Sara

Meoni Sara

Movement Disorders Unit, Division of Neurology, Grenoble Alpes University, Grenoble, France;
INSERM U1216, Grenoble - Institute of Neurosciences, Grenoble, France

Articolo disponibile su:
Nat Rev Neurol
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Nell’ambito dei disordini del movimento stanno emergendo numerose e significative differenze legate al sesso. A questo proposito il termine “sesso” viene specificatamente utilizzato in riferimento all’assetto genetico di ciascun individuo e preferito al termine alternativo "genere". Quest’ultimo termine infatti riflette, oltre che fattori biologici, anche la propria identità personale e sociale e l’influenza di eventuali fattori ambientali. I fattori genetici legati al “sesso” di ciascun individuo sono in grado di influenzare numerosi aspetti anatomici e funzionali del sistema nervoso centrale, ma anche gli eventuali meccanismi patogenetici e fisiopatologici e di conseguenza le caratteristiche cliniche, inclusa la eventuale risposta alle terapie, di un ampio spettro di disordini del movimento. Nel presente articolo, la Dott.ssa Sara Meoni e coautori presentano una rassegna aggiornata e dettagliata delle differenze tra uomini e donne affetti da malattia di Parkinson e/o altri comuni disturbi del movimento ipercinetico, ovvero tremore essenziale, distonia, malattia di Huntington e altre sindromi coreiche, sindrome di Tourette e altre condizioni patologiche. Per quanto riguarda i disturbi ipocinetici del movimento, gli autori si sono soffermati sulla malattia di Parkinson, tralasciando altre condizioni parkinsoniane su cui non abbiamo dati a sufficienza. Nella malattia di Parkinson è stato osservato che gli estrogeni possono avere un effetto protettivo sulla malattia. Ciò è testimoniato dall’osservazione che le donne mostrano una minore prevalenza e incidenza della malattia di Parkinson, tendono ad essere più anziane all'esordio della malattia, e in ogni caso hanno una minore probabilità di sviluppare un sottotipo “maligno” di malattia. Ad ulteriore conferma delle influenze esercitate dai fattori genetici legati al “sesso” nell’ambito della malattia di Parkinson, è noto che le donne sviluppano più frequentemente degli uomini fluttuazioni motorie e discinesie, o altri sintomi. Per quanto attiene ai disturbi del movimento ipercinetici, in estrema sintesi, gli estrogeni sembrano predisporre e/o esacerbare condizioni ipercinetiche come corea e distonia. D’altro canto, gli ormoni androgeni sembrano esacerbare in particolar modo le manifestazioni ticcose. In conclusione, ad oggi, gli effetti dei fattori genetici legati al “sesso” sui disordini del movimento sono poco studiati pur rappresentando un settore di estremo interesse e attualità. È possibile che studi futuri chiariranno più a fondo le complesse correlazioni e interazioni con tra fattori genetici legati al “sesso” e i fattori ambientali. Sarà necessario inoltre approfondire gli effetti dei fattori genetici legati al “sesso” in termini di funzionamento cerebrale, in particolare dei gangli della base e di altre aree cerebrali. Nuove conoscenze in questo settore potranno certamente essere di aiuto per una più accurata caratterizzazione clinica dei pazienti, nell’eventuale elaborazione di una prognosi più accurata, nonché nello sviluppo di opzioni terapeutiche innovative e individualizzate per ciascun paziente. In futuro, sarà pertanto necessario tenere in alta considerazione le possibili differenze legate al “sesso”, nell’ambito dei disordini del movimento a fini di ricerca e più in generale nella formulazione di politiche di salute pubblica.

A cura di: M. Bologna (Roma)