Articolo del mese

I migliori articoli pubblicati da autori italiani
sulle maggiori riviste scientifiche italiane e straniere


Articolo del mese

Settembre 2021

Eight-hours conventional versus adaptive deep brain stimulation of the subthalamic nucleus in Parkinson’s disease

Autori: Tommaso Bocci, M. Prenassi, M. Arlotti, F.M. Cogiamanian, L. Borrellini, E. Moro, A.M. Lozano, J. Volkmann, S. Barbieri, A. Priori, S. Marceglia

Corresponding author:
Alberto Priori (alberto.priori@unimi.it), "Aldo Ravelli" Research Center for Neurotechnology and Experimental Brain Therapeutics, Department of Health Sciences, University of Milan Medical School, Milan, Italy

First author: Tommaso Bocci e Marco Prenassi (co-authorship)

Pubblicato su: NPJ Parkinsons Dis. 2021 Sep 28;7(1):88. doi: 10.1038/s41531-021-00229-z

Tommaso Bocci

"Aldo Ravelli" Research Center for Neurotechnology and Experimental Brain Therapeutics, Department of Health Sciences, University of Milan Medical School, Milan, Italy

III Neurology Clinic, ASST Santi Paolo e Carlo, Milan, Italy

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Pubmed

Negli ultimi anni è avvenuto un notevole progresso nello sviluppo di tecniche invasive di stimolazione cerebrale per il trattamento della Malattia di Parkinson (PD). In questo contesto è, ad esempio, emerso un possibile ruolo della potenza delle oscillazioni in banda beta (12-35 Hz) a livello subtalamico come affidabile biomarcatore neurofisiologico per il controllo dei cosiddetti sistemi di stimolazione cerebrale profonda adattiva (aDBS). L'approccio aDBS si basa su un modello a feedback in cui le registrazioni dei biopotenziali (ovvero i local fields potentials - LFP) del nucleo subtalamico sono utilizzate per stimare lo stato clinico del paziente e, a sua volta, per guidare eventuali modifiche dei parametri di stimolazione. Nello studio condotto dal Dott.Bocci e coll. in pazienti affetti da Malattia di Parkinson sono stati confrontati gli effetti sui sintomi motori della delle tecniche di stimolazione cerebrale profonda convenzionale (cDBS) e adattiva (aDBS). Sono stati esaminati complessivamente otto soggetti valutati in due sessioni di stimolazione di 8 ore (cDBS e aDBS) durante la loro regolare assunzione di levodopa e durante le loro normali attività quotidiane. I punteggi clinici rilevati mediante  la Unified Parkinson's Disease Rating Scale (UPDRS-III) e la scala Rush per le discinesie, in aggiunta all'energia elettrica totale erogata ai tessuti al secondo (TEEDs), sono risultati significativamente più bassi nella sessione aDBS. Durante l'intero esperimento, non sono stati osservati effetti collaterali. Sebbene i potenziali benefici degli approcci basati sull’aDBS, rispetto alla cDBS, sono stati dimostrati da diversi gruppi in passato, l’aspetto maggiormente innovativo ed originale del presente lavoro consiste nella dimostrazione che l’ aDBS può essere tecnicamente fattibile nella vita quotidiana e rappresenta un trattamento sicuro, ben tollerato ed efficace per periodi di stimolazione relativamente lunghi nell’arco della giornata. Di conseguenza lo studio rappresenta una nuova e convincente evidenza a supporto del potenziale impatto che potrebbe avere  l’aDBS nella gestione terapeutica dei pazienti con Malattia di Parkinson. Gli autori sottolineano correttamente una serie di possibili limitazioni e fattori di confondimento dello studio. Gli autori enfatizzano inoltre la necessità di ulteriori studi basati su casistiche più numerose per confrontare ulteriormente le metodiche aDBS e cDBS e confermare quindi i risultati del presente lavoro, soprattutto per periodi di stimolazione più lunghi. Ulteriori studi saranno inoltre necessari in pazienti con fenotipo tremorigeno, i quali potrebbero beneficiare di biomarcatori aggiuntivi, rispetto alle oscillazioni in banda beta, ed una soglia più bassa per innescare la stimolazione, rispetto ai pazienti fenotipo bradicinetico-rigido.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Agosto 2021

Motor and cognitive outcomes of Cerebello-Spinal Stimulation in neurodegenerative Ataxia

Autori:  Alberto Benussi, V. Cantoni, M. Manes, I. Libri, V. Dell’Era, A. Datta, C. Thomas, C. Ferrari, A.B. Di Fonzo, R. Fancellu, M. Grassi, A. Brusco, A. Alberici, B. Borroni

Corresponding author:
Barbara Borroni (barbara.borroni@unibs.it), Dipartimento Scienze Cliniche e Sperimentali Università degli Studi di Brescia, P.le Spedali Civili, Brescia, Italy

Pubblicato su: Brain, Volume 144, Issue 8, August 2021, Pages 2310–2321, https://doi.org/10.1093/brain/awab157

Alberto Benussi

Neurology Unit, Department of Clinical and Experimental Sciences, University of Brescia, Italy
Neurology Unit, Department of Neurological and Vision Sciences, ASST Spedali Civili, Brescia, Italy

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Brain

Le atassie cerebellari rappresentano un gruppo eterogeneo di disturbi disabilitanti caratterizzati da sintomi motori e cognitivi, per i quali non è ad oggi disponibile un trattamento efficace. In questo contesto, tuttavia, alcune evidenze scientifiche suggeriscono un possibile impiego delle tecniche di stimolazione transcranica non-invasiva. Nel presente studio randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, seguito da una fase in aperto, condotto dal Dott. Benussi e coll. sono stati indagati i possibili effetti a breve e a lungo termine di un innovativo approccio di stimolazione transcranica non-invasiva. Gli autori hanno applicato la stimolazione transcranica cerebello-spinale a corrente diretta (tDCS) in sessantuno pazienti con atassia neurodegenerativa. I pazienti sono stati randomizzati in due gruppi durante la prima fase controllata dello studio. Alla valutazione basale (T0), un primo gruppo è stato sottoposto a stimolazione placebo (tDCS di controllo) mentre un secondo gruppo è stato sottoposto a tDCS  vera (stimolazione cerebellare anodica e spinale catodica). I soggetti sottoposti a tDCS vera sono stati trattati per 5 giorni a settimana per 2 settimane (T1) consecutive. A seguire, è stata effettuata una valutazione di follow-up a 12 settimane (T2) (fase randomizzata, in doppio cieco, controllata con placebo). Successivamente al follow-up delle 12 settimane (T2), tutti i pazienti  hanno ricevuto un secondo trattamento di tDCS vera (secondo le medesime modalità) per ulteriori 5 giorni a settimana per 2 settimane. Sono state quindi effettuate ulteriori valutazioni di follow-up a 14 settimane (T3), 24 settimane (T4), 36 settimane (T5) e 52 settimane (T6) (fase in aperto). In ciascuna seduta di valutazione sono stati raccolti dati clinici e neuropsicologici. Inoltre, sono stati raccolti dati neurofisiologici, ovvero sono state effettuate misurazioni della connettività cerebellare-motoria mediante stimolazione magnetica transcranica (TMS). A seguito della tDCS  vera, gli autori hanno osservato un miglioramento significativo dei punteggi sia motori (valutati mediante scale cliniche standardizzate) che cognitivi (valutati mediante la scala della sindrome cognitiva affettiva cerebellare), nonché dei punteggi relativi alla qualità della vita dei pazienti.  A seguito della tDCS  vera, gli autori hanno inoltre rilevato modificazioni, sia a breve che a lungo termine, nell'eccitabilità della corteccia motoria e nell'inibizione cerebellare. A questo proposito, gli autori hanno osservato che il miglioramento dei punteggi motori e cognitivi dopo stimolazione vera correlavano con il ripristino dell'inibizione cerebellare valutata mediante TMS. Un ulteriore risultato dello studio riguarda l’effetto additivo descritto dopo due sessioni di trattamento con tDCS vera. I risultati dello studio sembrano pertanto indicare la tDCS cerebello-spinale come un promettente approccio terapeutico per i sintomi motori e cognitivi in pazienti con atassia neurodegenerativa.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Luglio 2021

Driving motor cortex oscillations modulates bradykinesia in Parkinson's Disease

Autori:  Andrea Guerra, D. Colella, M. Giangrosso, A. Cannavacciuolo, G. Paparella, G. Fabbrini, A. Suppa, A. Berardelli, M. Bologna

Corresponding author:
Alfredo Berardelli (alfredo.berardelli@uniroma1.it), Department of Human Neurosciences, Sapienza University of Rome, and IRCCS Neuromed, Pozzilli (IS), Italy, Viale dell’Università 30, 00185 Rome, Italy.

Pubblicato su: Brain. 2021 Jul 10;awab257. doi: 10.1093/brain/awab257. Online ahead of print.

Andrea Guerra

Department of Human Neurosciences, Sapienza University of Rome, Rome, Italy

IRCCS Neuromed, Pozzilli (IS), Italy

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Brain

La bradicinesia è il sintomo principale della Malattia di Parkinson e nel corso degli ultimi anni, numerosi studi neurofisiologici hanno contribuito a chiarirne i meccanismi fisiopatologici. Ad esempio, studi basati su registrazioni effettuate mediante elettrodi di profondità hanno dimostrato che le oscillazioni beta (β) e gamma (γ) sono alterate nei gangli della base dei pazienti affetti da Malattia di Parkinson. In alcuni casi, sono state inoltre descritte correlazioni tra le misurazioni dell’attività oscillatoria dei gangli della base e i parametri di movimento alterati nei pazienti a conferma di un possibile ruolo fisiopatologico di queste alterazioni. Ad oggi, tuttavia, non è chiaro se possibili alterazioni dell’attività oscillatoria siano presenti oltre che a livello die gangli della base anche a livello delle aree corticali motorie ed in particolare della corteccia motoria primaria (M1). Nel lavoro condotto dal Dott. Guerra, sono state indagate possibili relazioni tra i ritmi β e γ di M1 e la bradicinesia in pazienti con Malattia di Parkinson. A questo proposito, è stata utilizzata la tecnica della stimolazione transcranica a corrente alternata (tACS). La  tACS consente infatti di modulare, in maniera non invasiva, i ritmi corticali sfruttando l’effetto di trascinamento delle oscillazioni endogene. Nello studio, sono state impiegate sia la β- che la γ-tACS di M1. Eventuali modificazioni delle caratteristiche della bradicinesia, in diverse condizioni di stimolazione, sono state quantificate analizzando i movimenti ripetitivi delle dita (finger tapping) con tecniche di analisi cinematica. Sono state misurate ampiezza e velocità del movimento ed effetto sequenza (ovvero il decremento di ampiezza e velocità del movimento durante la ripetizione del movimento). Per verificare se possibili variazioni del grado di bradicinesia, durante tACS, dipendessero da modifiche in specifici circuiti di M1, è stata studiata l’inibizione intra-corticale a breve intervallo (SICI) e l’inibizione afferente di breve latenza (SAI). I pazienti sono stati infine studiati in due sessioni sperimentali distinte, ovvero OFF e ON terapia dopaminergica ed i risultati dei pazienti sono stati confrontati con quelli ottenuti in un gruppo di soggetti sani di controllo. Nei pazienti, la β-tACS e la γ-tACS erano in grado di determinare rispettivamente una riduzione della velocità ed un aumento dell'ampiezza del movimento. Tuttavia, non sono state osservate modificazioni dell'effetto sequenza in nessuna delle condizioni di stimolazione testate. Inoltre, la SICI è risultata diminuita sia durante β- che γ-tACS. Gli effetti della tACS sono inoltre risultati comparabili tra le sessioni OFF e ON. I risultati dello studio suggeriscono pertanto che le oscillazioni in banda β e γ di M1 svolgono verosimilmente un ruolo nella fisiopatologia della bradicinesia nella Malattia di Parkinson. Contestualmente, i cambiamenti nell'attività inibitoria GABA-A-ergica interneuronale a livello di M1 sembrerebbero svolgere un ruolo compensatorio per contrastare la bradicinesia. In conclusione, i risultati del presente lavoro enfatizzano il ruolo di M1 nella fisiopatologia della bradicinesia nella Malattia di Parkinson e offrono nuovi spunti per migliorare l’impiego delle tecniche di stimolazione cerebrale non-invasiva, a fini terapeutici, in questa condizione patologica.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Giugno 2021

Retinal thickness and microvascular pathway in idiopathic rapid eye movement sleep behaviour disorder and Parkinson’s disease

Autori: Cristina Rascunà, C.E. Cicero, C.G. Chisari, A. Russo, L. Giuliano, N. Castellino, C. Terravecchia, M. Grillo, A. Longo, T. Avitabile, M. Zappia, M. Reibaldi, A. Nicoletti
First author: Cristina Rascunà & Calogero Edoardo Cicero

Corresponding author:
Alessandra Nicoletti (anicolet@unict.it
), Department of Medical, Surgical Sciences and Advanced Technologies GF Ingrassia, Section of Neurosciences, University of Catania, Catania, CT, Italy.

Pubblicato su: Parkinsonism Relat Disord. 2021 Jul; 88:40-45. doi: 10.1016/j.parkreldis.2021.05.031. Epub 2021 Jun 6.

Cristina Rascunà

Department of Medical, Surgical Sciences and Advanced Technologies GF Ingrassia, Section of Neurosciences, University of Catania, Catania, CT, Italy.

IRCCS C. Mondino Foundation, Pavia, Italy

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Sebbene la malattia di Parkinson venga classicamente considerata un disordine del movimento, diversi sintomi non motori sono oggi ritenuti comuni manifestazioni della malattia. L’aspetto di particolare rilevanza scientifica riguardante i sintomi non motori nella malattia di Parkinson, consiste nel fatto che alcuni di questi sembrano effettivamente caratterizzare la Malattia di Parkinson sin dalle sue fasi precoci e precedere la comparsa anche dei sintomi motori. È il caso, ad esempio, del disturbo idiopatico del comportamento in sonno REM (iRBD), considerato ad oggi il principale marker nella diagnosi di "Malattia di Parkinson in fase prodromica". Tra i sintomi non motori, nella malattia di Parkinson sono stati inoltre descritti disturbi visivi, intrepretati come espressione di possibile disfunzione della corteccia visiva o di degenerazione retinica. Nello studio condotto dalla Dott.ssa Rascunà e dal Dott. Cicero, sono state ulteriormente indagate le caratteristiche di un eventuale degenerazione retinica nella Malattia di Parkinson. È stato specificatamente valutato lo spessore degli strati retinici ed il circolo microvascolare retinico in tre gruppi: in 19 pazienti con iRBD, 21 pazienti affetti da Malattia di Parkinson e 17 soggetti sani (gruppo controllo). Sono state utilizzate tecniche basate sulla tomografia ottica computerizzata (OCT) e sulla angiografia-OCT (OCT-A). Come principale risultato dello studio è emerso che tutti gli strati retinici maculari (ad eccezione dell'epitelio pigmentato retinico) erano significativamente più sottili nei soggetti con iRBD e con Malattia di Parkinson rispetto ai soggetti sani di controllo. Questo dato è stato confermato tenendo in considerazione possibili covariate (ad esempio età, sesso e comorbidità come l’ipertensione). Inoltre, nei pazienti con iRBD, è stato osservato un peculiare pattern microvascolare retinico, caratterizzato da una maggiore vascolarizzazione del plesso capillare profondo rispetto ai pazienti con Malattia di Parkinson e ai soggetti sani di controllo. Nel lavoro vengono avanzate alcune ipotesi per intrepretare i risultati ottenuti. Ad esempio, viene menzionato un eventuale rimodellamento vascolare causato da fenomeni infiammatori indotti dall’accumulo di alfa-sinucleina. L’interpretazione delle cause del coinvolgimento retinico nella malattia di Parkinson rimane aperta. Tuttavia, i risultati del presente studio suggeriscono che l’esame della retina mediante strumentazione non invasiva, ovvero OCT e OCT-A, potrebbe permettere di mettere in evidenza in maniera agevole biomarcatori di neurodegenerazione nei soggetti con iRBD. I risultati dello studio hanno pertanto possibili implicazioni diagnostiche nell’ambito della Malattia di Parkinson, ed in particolare nella sua fase prodromica. Come sottolineano correttamente gli autori dello studio, i risultati del presente lavoro dovranno comunque essere confermati in una casistica più ampia di pazienti.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Maggio 2021

X-linked parkinsonism: phenotypic and genetic heterogeneity

Autori: Giulia Di Lazzaro, F. Magrinelli, C. Estevez-Fraga, E.M. Valente, A. Pisani, K.P. Bhatia

Corresponding author: Giulia Di Lazzaro (giulia.dilazzaro@gmail.com
), Department of Clinical and Movement Neurosciences, UCL Queen Square Institute of Neurology, University College London, London, United Kingdom; Department of Systems Medicine, Tor Vergata University of Rome, Rome, Italy.

Pubblicato su: Mov Disord. 2021 Jul;36(7):1511-1525. doi: 10.1002/mds.28565. Epub 2021 May 7.

Giulia di Lazzaro

Giulia Di Lazzaro

Department of Clinical and Movement Neurosciences, UCL Queen Square Institute of Neurology, University College London, London, United Kingdom.

Department of Systems Medicine, Tor Vergata University of Rome, Rome, Italy.

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PubMed
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Dal 1997, anno in cui è stata identificata la prima mutazione nel gene SNCA, sono stati identificati molti altri geni associati a forme ereditarie della malattia di Parkinson. Tra queste, Il parkinsonismo legato all'X che comprende una serie di disturbi rari ed eterogenei, ereditati principalmente come tratto recessivo e pertanto più comuni in individui di sesso maschile. Nel presente lavoro, la Dott.ssa di Lazzaro, insieme ad un gruppo di esperti italiani ed internazionali, ha condotto una revisione della letteratura sul tema del parkinsonismo legato all'X enfatizzando le più recenti acquisizioni in questo ambito. Il lavoro propone una dettagliata e aggiornata panoramica delle più rilevanti forme di parkinsonismo legato all'X, ovvero: distonia-parkinsonismo legato all'X (XDP, malattia di Lubag), sindrome da tremore/atassia associata alla X fragile (FXTAS), neurodegenerazione associata alla proteina beta-propeller (BPAN, NBIA/PARK-WDR45), malattia di Fabry, sindrome di Waisman, spettro dei disordini legati alle mutazioni del gene metil CpG (MeCP2), sindrome da deficit di fosfoglicerato chinasi-1 (PGK1) e parkinsonismo-spasticità legato all'X (XPDS). Gli autori hanno enfatizzato i peculiari aspetti clinici delle suddette condizioni patologiche, laddove il parkinsonismo è variabilmente associato a ulteriori segni neurologici (ad e. tremore d’azione) e non neurologici. In particolare, una delle più comuni manifestazioni sindromiche del parkinsonismo legato all'X consiste in una encefalopatia infantile con epilessia e/o disabilità cognitiva. In questo contesto, l'epilessia può infatti rappresentare la manifestazione clinica d'esordio e precedere il parkinsonismo anche di qualche anno. A completamento della discussione di aspetti clinico-fenomenologici, nel presente lavoro, sono state inoltre menzionate le principali alterazioni radiologiche riportate in letteratura nell’ambito del parkinsonismo legato all'X, possibilmente utili nel corretto inquadramento diagnostico dei pazienti. Gli autori hanno infine affrontato i complessi aspetti di eterogeneità genetica del parkinsonismo legato all'X. Sono stati discussi i vari geni ed i diversi tipi di mutazione implicati in queste condizioni patologiche, incluse le "classiche" varianti codificanti e le espansioni introniche ripetute. Le conoscenze delle basi genetiche del parkinsonismo legato all'X hanno importanti implicazioni per intrepretane meccanismi patogenetici e fisiopatologici. Tra queste, nel lavoro vengono menzionate alterazioni metaboliche (PGK1), disfunzioni lisosomiali (XPDS) e alterazioni del traffico vescicolare (sindrome di Waisman). Tuttavia, come correttamente sottolineato dagli autori, in molti casi gli aspetti genetici e patogenetici del parkinsonismo legato all'X rimangono poco definiti. Una maggiore consapevolezza ed una più approfondita conoscenza  del parkinsonismo legato all'X e delle modalità con cui vengono ereditate le varie patologie che rientrano in questa categoria ha importanti implicazioni per la diagnosi, la gestione e la consulenza genetica dei pazienti.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Aprile 2021

Analyses of peripheral blood dendritic cells and magnetic resonance spectroscopy support dysfunctional neuro-immune crosstalk in Tourette Syndrome

Autori:  Marianna Sarchioto, F. Howe, I.E. Dumitriu, F. Morgante, J. Stern, M.J. Edwards, D. Martino

Corresponding author: Davide Martino (davide.martino@ucalgary.ca
), Department of Clinical Neurosciences, University of Calgary and Hotchkiss Brain Institute, Calgary, AB, Canada

Pubblicato su: Eur J Neurol. 2021 Jun;28(6):1910-1921. doi: 10.1111/ene.14837. Epub 2021 Apr 16.

Marianna Sarchioto

Marianna Sarchioto

Neurosciences Research Centre, Molecular and Clinical Sciences Research Institute, St George's, University of London, London, UK.

Department of Neuroscience "Rita Levi Montalcini", University of Turin, Turin, Italy

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PubMed
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Recenti evidenze supportano l’ipotesi che alcuni tra i principali disordini dello sviluppo neurologico, come l’autismo, il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività (ADHD) e la sindrome di Tourette (TS) potrebbero dipendere da un’interazione disfunzionale tra i sistemi immunitario e nervoso. Ciò implica un’alterazione della risposta immunitaria allo stress ed eventualmente della maturazione cerebrale. In questo contesto è stato ipotizzato che un ruolo chiave potrebbe essere svolto dalle cellule dendritiche che, come è noto, sono implicate nella patogenesi di numerose condizioni autoimmuni, tra cui la sclerosi multipla (SM), la psoriasi, il diabete di tipo 1 ed il lupus sistemico eritematoso sistemico. Nello studio condotto dalla Dott.ssa Sarchioto, in collaborazione con autori internazionali, sono stati valutati 18 pazienti affetti da TS e 18 volontari sani di età paragonabile. Sono state esaminate le  cellule dendritiche circolanti nel sangue periferico e sono state quindi caratterizzate in plasmacitoidi (PDC), mieloidi di tipo 1 (MDC1) e mieloidi di tipo 2 (MDC2). Sono state inoltre valutate possibili relazioni con variabili cliniche e i metaboliti cerebrali misurabili tramite spettroscopia protonica di risonanza magnetica (H-MRS). Dall’analisi dei dati raccolti non sono emerse differenze significative tra gruppi nelle concentrazioni assolute (o dei vari sottoinsiemi) delle cellule dendritiche. Inoltre, non sono state rilevate differenze nei metaboliti infiammatori cerebrali tra pazienti e controlli.  I pazienti affetti da TS con ansia (lieve, moderata e severa) hanno tuttavia mostrato un aumento significativo degli MDC1 rispetto ai pazienti affetti da TS senza ansia. Gli autori hanno inoltre rilevato una robusta correlazione negativa tra la frequenza di MDC1 e la concentrazione totale di creatina a livello delle aree frontali dei pazienti con TS. Questo ultimo dato evidenzia la potenziale associazione tra i cambiamenti metabolici di aree cerebrali direttamente coinvolte nel controllo del comportamento ed uno stato proinfiammatoprio sistemico. Gli autori concludono quindi che il sottoinsieme MDC1 nei pazienti affetti da TS che manifestano ansia potrebbe quindi svolgere un ruolo chiave nell’interazione disfunzionale tra i sistemi immunitario e nervoso favorendo uno stato proinflammatorio sistemico. Data l’eterogeneità clinica della TS, gli autori riconoscono che il campione da loro studiato potrebbe non essere necessariamente rappresentativo dell’intera popolazione dei pazienti. In secondo luogo, nello studio viene correttamente sottolineato che la terapia farmacologica, a cui erano sottoposti la maggior parte dei pazienti, potrebbe rappresentare un potenziale fattore di confondimento. I risultati dello studio sottolineano comunque l'importanza di indagare ulteriormente i possibili meccanismi immunologici alla base dei disordini neurologici dello sviluppo ed in particolare il ruolo che questi potrebbero svolgere in specifiche manifestazioni cliniche.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Marzo 2021

Art therapy for Parkinson's disease

Autori:  Alberto Cucca, A. Di Rocco, I. Acosta, M. Beheshti, M. Berberian, H.C. Bertisch, A. Droby, T. Ettinger, T.Ee Hudson, M. Inglese, Y.J. Jung, D.F. Mania, A. Quartarone, J.R. Rizzo, K. Sharma, A. Feigin, M.C. Biagioni, M.F. Ghilardi

Corresponding author: Alberto Cucca (
alberto.cucca@nyulangone.org), The Marlene and Paolo Fresco Institute for Parkinson’s and Movement Disorders, Department of Neurology, NYU School of Medicine, New York, NY, USA

Pubblicato su: Parkinsonism & Related Disorders, Volume 84, March 2021, Pages 148-154

Alberto Cucca

Alberto Cucca

The Marlene and Paolo Fresco Institute for Parkinson's and Movement Disorders, Department of Neurology, NYU School of Medicine, New York, NY, USA

Department of Life Sciences, University of Trieste, Trieste, Italy

Department of Physical Medicine and Rehabilitation, Villa Margherita Fresco Parkinson Center, Vicenza, Italy

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Parkinsonism & Related Disorder
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Arte e neuroscienze sono due culture che vengono spesso poste a confronto.  È stato ad esempio ipotizzato che la pratica delle attività artistiche potrebbe stimolare alcune funzioni neurologiche, in particolare l'attenzione, la creatività, l'astrazione, il linguaggio simbolico e l’ideazione associativa. Inoltre, il processo creativo dell'arte visiva potrebbe implementare alcuni aspetti della funzione visiva, ovvero percezione ed elaborazione delle immagini. A questo proposito, negli ultimi anni, sono emerse alcune evidenze scientifiche sul possibile ruolo della cosiddetta art teraphy in pazienti affetti da varie condizioni neurologiche. Tra queste, l’art teraphy è stata ad esempio impiegata nel disturbo post-traumatico da stress, nell’ansia cronica, nella depressione maggiore ed in altre condizioni neuropsichiatriche, nella demenza ed infine vi sono alcune osservazioni aneddotiche anche in pazienti con malattia di Parkinson. Nell’insieme è stato osservato che l’art teraphy potrebbe migliorare il benessere fisico, mentale ed emotivo, dei pazienti. Nello studio open-label condotto dal Dott. Alberto Cucca è stato ulteriormente approfondito il potenziale ruolo riabilitativo dell’ art teraphy in pazienti affetti da malattia di Parkinson.  Sono stati specificatamente indagati i possibili effetti nell’ambito del dominio visivo ed eventuali modificazioni anche della funzione motoria e più in generale dei sintomi clinici dei pazienti.  I pazienti sono stati  coinvolti in vari progetti artistici, secondo un protocollo precedentemente applicato dallo stesso autore. I pazienti sono stati quindi valutati mediante scale cliniche standardizzate per la valutazione delle funzioni motorie e non motorie (ad es. UPDRS, BDI, MoCA)  e altri test specifici (ad es. Pegboard Test, Timed Up and Go Test - TUG, ed il Benton Visual Recognition Test – BVRT durante il quale sono stati inoltre registrati i movimenti oculari). Inoltre, i pazienti sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI) per valutare eventuali cambiamenti della connettività funzionale, in particolare nel contesto dei network attentivi (DAN) e del controllo esecutivo (ECN). I dati ottenuti nei pazienti sono stati confrontati con quelli raccolti in un gruppo di soggetti di controllo.  Alla valutazione basale, nei pazienti è stata rilevata un’alterazione delle funzioni visuo-cognitive e dei movimenti oculari. Le analisi di fMRI hanno mostrato un’aumentata connettività funzionale all'interno di DAN ed ECN nei pazienti rispetto ai controlli. Dopo art therapy, è stato osservato un miglioramento delle capacità visuo-cognitive e di esplorazione visiva dei pazienti nonché dei punteggi dell’UPDRS. L'analisi fMRI ha mostrato che i suddetti miglioramenti erano sottesi da modifiche della connettività funzionale, in particolare dei network incentrati sulle aree visive. In conclusione, lo studio dimostra che l'art therapy potrebbe avere un ruolo nella riabilitazione di funzioni non solo cognitive, ma anche motorie nei pazienti con malattia di Parkinson. Ulteriori studi sono necessari per escludere un eventuale effetto placebo e confermare i risultati originali del presente lavoro.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Febbraio 2021

Voice analysis with machine learning: one step closer to an objective diagnosis of Essential Tremor

Autori:  A. Suppa, Francesco Asci, G. Saggio, P. Di Leo, Z. Zarezadeh, G. Ferrazzano, G. Ruoppolo, A. Berardelli, G. Costantini
First author: Antonio Suppa, Francesco Asci (coautorship)

Corresponding author: Prof. Alfredo Berardelli (
alfredo.berardelli@uniroma1.it), Department of Human Neurosciences and Neuromed Institute, Sapienza University of Rome, Italy

Pubblicato su: Mov Disord. First published: 02 February 2021 https://doi.org/10.1002/mds.28508

Francesco Asci

Francesco Asci

IRCCS Neuromed Institute, Pozzilli (IS)

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Movement Disorders
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Il tremore d'azione (posturale e cinetico) dell'arto superiore rappresenta la caratteristica preminente del tremore essenziale; tuttavia, i pazienti affetti da questa condizione patologica hanno spesso anche un evidente tremore della voce. A differenza del tremore dell'arto superiore, ben caratterizzato in studi clinici e neurofisiologici, il tremore della voce in pazienti con tremore essenziale è stato oggetto di un limitato numero di lavori scientifici. Nello studio condotto dal Dott. Francesco Asci dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli, in coautorship con il Dott. Suppa dell'Università Sapienza di Roma e in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria dell’Università Tor Vergata di Roma, è stato esaminato in maniera oggettiva il tremore della voce e la sua risposta al trattamento farmacologico sintomatico nei pazienti con tremore essenziale. A questo proposito è stata impiegata una innovativa metodica di analisi della voce basata sull’analisi spettrale e tecniche di apprendimento automatico (machine learning). Nel complesso, sono stati studiati 58 pazienti ed un gruppo di soggetti sani paragonabili per età e sesso. Sono stati registrati campioni di voce durante l'emissione di vocali sostenute utilizzando un registratore audio ad alta definizione. I campioni di voce sono stati quindi sottoposti ad analisi del segnale sonoro mediante le tecniche precedentemente menzionate. Sono state inoltre confrontate le registrazioni della voce ottenute in pazienti con tremore essenziale con o senza tremore della voce clinicamente evidente. Infine, sono state acquisite e confrontate le registrazioni dei pazienti con e senza effetto sintomatico del miglior trattamento medico. L'analisi spettrale ha dimostrato un picco di attività oscillatoria a 2-6 Hz nei pazienti che manifestavano un tremore della voce clinicamente evidente. L'analisi condotta mediante le tecniche di apprendimento automatico ha permesso di discriminare con elevata precisione i controlli sani dai pazienti, indipendentemente dalla presenza di tremore della voce clinicamente evidente. L'analisi ha permesso inoltre di classificare correttamente i pazienti con e senza effetto sintomatico del miglior trattamento medico. Lo studio sottolinea quindi l’importanza dell'analisi della voce come innovativo strumento per supportare la valutazione clinica, inclusa la valutazione della risposta farmacologica, nei pazienti con tremore essenziale. Studi futuri dovranno necessariamente confermare le osservazioni del presente lavoro e chiarire un potenziale ruolo dell'analisi oggettiva della voce in altre condizioni neurologiche, inclusa ad esempio la disfonia spasmodica, per cui può essere a volte difficile effettuare una corretta diagnosi differenziale.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Gennaio 2021

Risk of hospitalization and death for COVID-19 in people with Parkinson's disease or Parkinsonism

Autori:  Luca Vignatelli, C. Zenesini, L.M.B. Belotti, E. Baldin, G. Bonavina, G. Calandra-Buonaura, P.Cortelli, C. Descovich, G. Fabbri, G. Giannini, M. Guarino, R. Pantieri, G. Samoggia, C. Scaglione, S. Trombetti, R. D'Alessandro, F. Nonino, ParkLink Bologna group

Pubblicato su: Mov Disord. 2021 Jan;36(1):1-10. doi: 10.1002/mds.28408. Epub 2020 Dec 2

Luca Vignatelli

Luca Vignatelli

IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna, UOS Epidemiologia e Statistica, Ospedale Bellaria, Bologna

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Movement Disorders
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Il rischio di ospedalizzazione e morte nelle persone affette da malattia di Parkinson (MP) o parkinsonismo e COVID-19 è incerto. Indagare questo aspetto è di particolare importanza in considerazione della fragilità delle persone con MP e  parkinsonismo (paralisi sopranucleare progressiva, atrofia multisistemica, parkinsonismo vascolare e parkinsonismo non specificato). Ciò è dovuto in particolare all’età dei pazienti, in genere avanzata, e alla presenza di comorbidità multiple, ad esempio problematiche cardiorespiratorie e deterioramento cognitivo, con conseguente necessità di ricorrere spesso ad una polifarmacoterapia. Lo scopo dello studio condotto dal Dott.Vignatelli e del ParkLink Bologna group è stato quello di valutare il rischio di ospedalizzazione e morte per COVID-19 in una coorte di pazienti con MP o parkinsonismo rispetto ad una popolazione di controllo. Lo studio è stato condotto a Bologna, in Emilia-Romagna, una delle regioni colpite più duramente dalla pandemia in Italia ed i dati raccolti si riferiscono alla prima ondata pandemica (periodo di riferimento Marzo-Maggio 2020). Lo studio è stato condotto su una casistica complessiva di 696 persone con MP, 184 persone con parkinsonismo, mentre il gruppo di controllo comprendeva 8590 individui. Tra le variabili di interesse primario sono state considerate il tasso di ricovero ospedaliero per COVID-19 e il tasso di morte per qualsiasi causa. Dallo studio è emerso che il tasso di ospedalizzazione per COVID-19 è risultato paragonabile nelle persone con MP e nei controlli; tuttavia in caso di parkinsonismo il tasso di ospedalizzazione è risultato significativamente più elevato. Inoltre, è stato osservato che età avanzata e comorbidità rappresentano i principali fattori in grado di influenzare il tasso di ospedalizzazione nei pazienti. È stato inoltre rilevato un rischio di morte elevato (circa il 30%) nelle persone ospedalizzate con MP e parkinsonismo, senza tuttavia differenze significative rispetto ai controlli; probabilmente  a causa del limitato numero di eventi nei gruppi studiati. In conclusione, la MP di per sé non rappresenta probabilmente un fattore di rischio per ospedalizzazione e morte in caso di COVID-19. Al contrario, il parkinsonismo deve essere considerato un fattore di rischio, in primo luogo a causa di uno stato di salute più grave delle persone che ne sono affette ed inoltre a causa del maggior carico assistenziale richiesto, inclusa la necessità di ricovero in strutture ad elevato rischio di infezione. Gli interessanti risultati emersi nel presente lavoro dovranno necessariamente essere confermati in coorti più ampie studiate in un più lungo periodo di osservazione.

A cura di: M. Bologna (Roma)